«Ho già invitato i miei parenti a vivere da voi per tre mesi!» annunciò mia suocera con un sorriso soddisfatto. Io ricambiai il sorriso e risposi tranquillamente: «Che coincidenza! Proprio oggi ho disdetto il contratto dell’appartamento che avevo affittato per gli ospiti».

Written by

in

«Ho già invitato i miei parenti a vivere da voi per tre mesi!» annunciò mia suocera con un sorriso soddisfatto. Io ricambiai il sorriso e risposi tranquillamente: «Che coincidenza! Proprio oggi ho disdetto il contratto dell’appartamento che avevo affittato per gli ospiti».

Mio marito smise di masticare.

Mia suocera, invece, rimase con la bocca leggermente aperta, come se non avesse capito bene quello che avevo appena detto.

«Come, scusa?» domandò.

Posai lentamente la forchetta accanto al piatto.

«Hai sentito benissimo, mamma. Non ci sarà nessun appartamento per gli ospiti».

«Ma di cosa stai parlando?» intervenne mio marito Andrea. «Quale appartamento?»

Lo guardai negli occhi.

«Quello che avevo affittato pensando che prima o poi avremmo avuto bisogno di uno spazio aggiuntivo per i tuoi parenti. Visto che non ne avevamo più bisogno, ho deciso di disdire il contratto».

Andrea si voltò immediatamente verso sua madre.

«Mamma, aspetta. Non avevi detto che sarebbero venuti soltanto per qualche giorno?»

La donna agitò una mano con aria infastidita.

«Qualche giorno? Ma cosa dici? Sono parenti stretti! Tua zia Patrizia, tuo cugino Lorenzo, sua moglie e i loro due bambini. Hanno bisogno di un posto dove stare mentre sistemano alcune questioni. Tre mesi passeranno in un attimo».

Tre mesi.

Sei persone.

Nel nostro appartamento.

E nessuno si era nemmeno preoccupato di chiedermi il permesso.

Mi chiamo Elena, ho trentasette anni e vivo a Bologna. Lavoro come responsabile amministrativa in una società di consulenza e, fino a quel momento, ero convinta di avere un matrimonio abbastanza stabile.

Andrea, mio marito, aveva quarant’anni e lavorava come responsabile commerciale per un’azienda di arredamento.

Eravamo sposati da sette anni e vivevamo in un appartamento di quattro locali in una zona tranquilla della città.

La casa l’avevo acquistata tre anni prima di conoscere Andrea.

Avevo risparmiato per anni, rinunciando alle vacanze, alle spese inutili e a qualsiasi lusso. Quando finalmente avevo firmato il contratto, avevo provato una felicità che non riuscivo nemmeno a descrivere.

Era il mio primo vero traguardo.

Dopo il matrimonio, Andrea si era trasferito da me. Non gli avevo mai chiesto un affitto. Avevamo concordato di dividere le spese quotidiane e di contribuire entrambi alle necessità della famiglia.

All’inizio funzionava.

Poi era arrivata sua madre, Lucia.

Lucia era una donna di sessantadue anni, abituata a essere ascoltata da tutti. Aveva un’opinione su ogni cosa e non si faceva mai scrupoli a esprimerla.

Quando veniva a trovarci, controllava la cucina, apriva gli armadi, spostava gli oggetti e criticava le mie abitudini.

«Elena, non capisco perché compri sempre prodotti così costosi».

«Elena, Andrea dovrebbe avere una moglie che cucina più spesso».

«Elena, questa casa sarebbe molto più accogliente se ci fosse una donna che sa davvero occuparsi della famiglia».

Andrea, naturalmente, non interveniva mai.

«Lasciala parlare», mi diceva. «È fatta così».

Per molto tempo avevo lasciato correre.

Pensavo che fosse più semplice evitare discussioni.

Ma Lucia aveva interpretato la mia pazienza come un’autorizzazione a fare quello che voleva.

E il suo comportamento era diventato sempre più invadente.

Tutto era cominciato alcuni mesi prima, quando Andrea aveva ricevuto una telefonata da suo cugino Lorenzo.

Lorenzo viveva con la moglie Patrizia e i loro due bambini in un piccolo appartamento in affitto. Avevano deciso di trasferirsi temporaneamente a Bologna perché lui aveva trovato un nuovo lavoro.

Il problema era che il nuovo contratto sarebbe iniziato soltanto dopo qualche mese e, nel frattempo, avevano bisogno di un posto dove stare.

Una sera, mentre stavamo cenando, Andrea mi aveva detto:

«Mio cugino potrebbe venire a Bologna».

«Ah, davvero?»

«Sì. Ha trovato lavoro qui».

«È una bella notizia».

«Potremmo aiutarlo».

Avevo annuito.

«Certamente. Se ha bisogno di informazioni sugli affitti o di qualche contatto, possiamo dargli una mano».

Andrea aveva esitato.

«Pensavo che potessero stare da noi».

Avevo posato il bicchiere.

«Per quanto tempo?»

«Non lo so. Un paio di settimane, forse».

«Andrea, siamo in due. Non abbiamo una camera libera».

«Abbiamo lo studio».

«Lo studio è il mio ufficio. Lavoro da casa tre giorni alla settimana».

«Potresti organizzarti».

Lo avevo guardato senza rispondere.

Non era la prima volta che cercava di risolvere un problema della sua famiglia utilizzando le mie risorse.

«Possiamo aiutarli a trovare un appartamento», avevo proposto. «Oppure possiamo contribuire per qualche settimana all’affitto di una sistemazione temporanea».

Andrea aveva annuito, ma il suo silenzio mi aveva fatto capire che non era soddisfatto.

Il giorno successivo Lucia mi aveva telefonato.

«Elena, ho parlato con Andrea. Mi ha detto che non vuoi ospitare Lorenzo».

«Non è esattamente così. Ho soltanto spiegato che non abbiamo spazio».

«Ma come sarebbe? Avete una casa enorme!»

«Abbiamo tre camere, una delle quali è il mio ufficio».

«Un ufficio! Come se fosse più importante della famiglia».

Avevo inspirato profondamente.

«Lucia, lavoro per guadagnarmi da vivere. Non posso semplicemente rinunciare al mio spazio».

«Ai miei tempi le donne facevano sacrifici per la famiglia».

«E oggi le donne possono anche lavorare e avere una propria vita».

La telefonata era terminata bruscamente.

Pensavo che la questione fosse chiusa.

Mi sbagliavo.

Qualche giorno dopo Andrea era tornato a casa con una proposta.

«Ho parlato con Lorenzo. Forse potremmo trovare una soluzione».

«Quale?»

«Ho visto un appartamento arredato a pochi isolati da qui. È abbastanza grande per loro».

«Ottimo. Quanto costa?»

Mi aveva comunicato il prezzo.

Era una cifra piuttosto alta, ma non impossibile da sostenere.

«Potremmo affittarlo per qualche mese», avevo detto.

Andrea mi aveva guardata.

«Potremmo?»

«Sì. Se vuoi aiutare tuo cugino, possiamo contribuire alle spese».

«Pensavo che lo pagassi tu».

Avevo alzato gli occhi.

«Perché dovrei pagarlo soltanto io?»

«Perché hai più risparmi».

Ecco.

Finalmente era arrivato il vero motivo.

Negli ultimi anni avevo ricevuto alcuni aumenti di stipendio e avevo messo da parte una somma considerevole. Inoltre, avevo ereditato una piccola cifra da mia zia.

Andrea sapeva che avevo dei risparmi, ma non conosceva l’importo esatto.

«I miei risparmi non sono un fondo a disposizione dei tuoi parenti», gli avevo risposto.

Lui aveva sospirato.

«Sei sempre così rigida quando si tratta della mia famiglia».

«Non sono rigida. Voglio soltanto che le decisioni economiche vengano prese insieme».

Alla fine avevamo concordato di affittare l’appartamento per due mesi, con possibilità di prolungamento soltanto previo accordo.

Avevo firmato il contratto come intestataria e avevo pagato personalmente la cauzione e il primo mese.

Andrea mi aveva promesso che avrebbe contribuito alle spese successive.

Naturalmente, non lo aveva fatto.

Aveva sempre una scusa.

Prima una rata dell’automobile, poi una spesa imprevista, infine una riduzione del premio aziendale.

Non avevo insistito.

Avevo iniziato a pensare che fosse meglio interrompere quell’accordo.

E così avevo fatto.

Avevo contattato il proprietario, verificato le condizioni contrattuali e concordato la risoluzione anticipata. Avevo anche organizzato la restituzione delle chiavi.

La questione era stata chiusa proprio quella mattina.

Non avevo ancora raccontato nulla ad Andrea perché volevo prima avere tutti i documenti in ordine.

E adesso Lucia mi aveva appena annunciato che aveva invitato sei persone a vivere da noi per tre mesi.

«Elena, non capisco perché tu stia facendo questa scenata», disse Lucia, interrompendo i miei pensieri.

«Non sto facendo nessuna scenata».

«Lorenzo e Patrizia arriveranno lunedì. Hanno già organizzato tutto».

«Allora dovrai spiegare loro che non potranno stare qui».

Lucia spalancò gli occhi.

«Ma sei impazzita?»

Andrea si alzò dalla sedia.

«Elena, per favore. Non rendere tutto più difficile».

«Sono io che rendo tutto difficile?»

«Sono parenti. Non possiamo lasciarli senza una sistemazione».

«Non li sto lasciando senza niente. L’appartamento che avevamo trovato non è più disponibile perché il contratto è stato disdetto. Possiamo cercarne un altro».

Lucia sbuffò.

«Non voglio sentire altre sciocchezze. Ho già promesso loro che avrebbero avuto una camera ciascuno».

«Nel nostro appartamento?»

«Naturalmente!»

La guardai per qualche secondo.

«Lucia, questa è casa mia».

La donna si irrigidì.

«Come osi parlare così? Sei sposata con mio figlio!»

«Essere sposata con Andrea non significa che tu possa invitare chiunque nella mia abitazione».

Andrea intervenne immediatamente.

«È anche casa mia».

Non risposi subito.

Presi dalla borsa una copia dell’atto di proprietà che avevo portato a casa per una questione assicurativa.

La posai sul tavolo.

«Questa è la documentazione dell’appartamento. L’ho acquistato prima del matrimonio. Non ho mai trasferito la proprietà a nessuno».

Andrea guardò il documento.

«Perché hai portato questo?»

«Perché evidentemente dobbiamo chiarire alcune cose».

Lucia fece un gesto sprezzante.

«Non mi interessano i vostri documenti. Qui si tratta di famiglia».

«Appunto. E la famiglia dovrebbe rispettare anche la volontà di chi vive in questa casa».

Lei si alzò.

«Sai cosa? Sei una donna egoista. Mio figlio ha fatto un grosso errore a sposarti».

Andrea non disse nulla.

Ancora una volta.

La mattina seguente mi svegliai prima del solito.

Preparai il caffè, accesi il computer e aprii il mio conto bancario.

Da alcuni mesi avevo iniziato a controllare con maggiore attenzione tutte le spese familiari.

Non perché fossi diventata ossessionata dal denaro, ma perché avevo notato alcuni movimenti che non riuscivo a spiegarmi.

Avevamo un conto comune destinato alle spese domestiche.

Entrambi versavamo una quota mensile. Da quel conto venivano pagate le bollette, la spesa alimentare, l’assicurazione e alcune spese condominiali.

Negli ultimi sei mesi, però, Andrea aveva iniziato a trasferire denaro verso un altro conto.

Le causali erano vaghe.

«Spese varie».

«Anticipo».

«Famiglia».

Inizialmente avevo pensato che fossero piccoli pagamenti occasionali.

Ma, sommando gli importi, avevo scoperto che mancavano quasi quattromila euro.

Avevo chiesto spiegazioni ad Andrea.

«Sono soldi che ho usato per aiutare mia madre».

«Perché non me ne hai parlato?»

«Sono i miei soldi».

«Sono soldi che abbiamo versato sul conto per le spese comuni».

«Non fare la contabile anche a casa».

Quella risposta mi aveva colpita.

Avevo iniziato a conservare gli estratti conto e a verificare ogni operazione.

Quella mattina decisi di cambiare l’organizzazione dei nostri pagamenti.

Contattai la banca e chiesi informazioni sulle modalità di gestione del conto cointestato. Non potevo semplicemente cancellare i diritti di Andrea o modificare unilateralmente le condizioni del conto, ma potevo interrompere i miei nuovi versamenti automatici su quel conto e predisporre un sistema separato per le mie entrate personali e le spese di cui ero responsabile.

Per le utenze e gli altri obblighi comuni avrei concordato una ripartizione documentata, senza lasciare che i miei soldi venissero utilizzati senza spiegazioni.

Inoltre, revocai gli accessi ai servizi personali che non avevano più motivo di essere condivisi e cambiai le credenziali dei miei conti individuali.

Non era una vendetta.

Era semplicemente la fine di un sistema in cui tutti consideravano il mio denaro disponibile.

Quando Andrea si svegliò, trovò sul tavolo una cartellina con alcuni documenti.

«Che cos’è?»

«La nuova organizzazione delle spese».

Lui prese il foglio.

Lo lesse una volta.

Poi una seconda.

«Aspetta. Hai modificato i trasferimenti automatici?»

«Sì».

«E il conto comune?»

«Resta attivo secondo le condizioni concordate con la banca. Ma non continuerò a versarci denaro senza una ripartizione chiara delle spese».

«Non puoi fare una cosa del genere!»

«Posso decidere come gestire il mio stipendio e i miei conti personali».

«Ma come pagheremo tutto?»

«Contribuendo entrambi in modo trasparente».

Andrea sbatté il foglio sul tavolo.

«Quindi adesso devo chiederti il permesso per usare i soldi?»

«No. Devi soltanto smettere di considerare il mio stipendio una risorsa a disposizione della tua famiglia».

Mi fissò.

Per la prima volta sembrava rendersi conto che qualcosa era cambiato davvero.

Nel pomeriggio Lucia tornò.

Questa volta non era sola.

Con lei c’era Patrizia, la moglie di Lorenzo.

Entrarono senza aspettare che le invitassi a sedersi.

«Elena, dobbiamo parlare», disse Lucia.

«Prego».

Patrizia posò la borsa sul divano.

«Ci dispiace disturbarti, ma abbiamo già organizzato il trasloco».

«Capisco».

«I bambini hanno bisogno di una stanza tranquilla. Lorenzo inizierà a lavorare tra qualche settimana, quindi pensavamo di sistemarci qui almeno fino alla fine dell’estate».

«Mi dispiace, ma non sarà possibile».

Patrizia si voltò verso Lucia.

«Ma tu avevi detto che era tutto a posto».

«Infatti!»

«No», intervenni. «Non è tutto a posto. Nessuno mi ha chiesto il permesso».

Lucia si portò una mano al petto.

«Ma io sono la madre di Andrea!»

«E io sono la proprietaria dell’appartamento».

«Smettila di ripeterlo!»

«Smetterò quando smetterete di ignorarlo».

Patrizia sembrava sempre più imbarazzata.

«Forse è meglio se troviamo un’altra sistemazione».

Lucia si voltò verso di lei.

«Non dire sciocchezze! Abbiamo già fatto i programmi».

«Lucia, non possiamo costringere qualcuno a ospitarci», disse Patrizia.

La suocera la fulminò con lo sguardo.

«Tu non immischiarti».

Poi si rivolse nuovamente a me.

«Andrea mi ha detto che avevate trovato un appartamento. Perché hai annullato tutto?»

«Perché il contratto era intestato a me e ho deciso di non proseguire».

«Ma hai già pagato la cauzione!»

«Sì. E ho seguito la procedura prevista dal contratto per chiudere il rapporto».

«Quindi hai buttato via i soldi?»

«No. Ho semplicemente deciso che non voglio più finanziare un accordo che mio marito non rispetta».

Lucia rimase in silenzio.

Poi pronunciò una frase che non dimenticherò mai.

«Tu hai sempre avuto troppi soldi per una donna sola. Non sai nemmeno cosa significhi sacrificarsi per la famiglia».

La guardai.

«Lucia, i miei soldi non sono il problema. Il problema è che tutti voi avete iniziato a considerarli vostri».


Quella sera Andrea tornò a casa molto tardi.

Non mi salutò.

Entrò in cucina, aprì il frigorifero e prese una bottiglia d’acqua.

«Mia madre è furiosa».

«Mi dispiace».

«Lorenzo e Patrizia sono arrabbiati. Hanno dovuto trovare un albergo».

«Posso immaginarlo».

«Sai quanto costa un albergo per sei persone?»

«Immagino che non sia economico».

«E tutto per colpa tua».

Lo guardai.

«Andrea, perché dovrebbe essere colpa mia?»

«Perché hai cancellato l’appartamento».

«L’ho fatto seguendo il contratto. E comunque non ho mai promesso a nessuno di ospitare sei persone per tre mesi».

«Mia madre aveva già dato la sua parola».

«Allora avrebbe dovuto chiedermi prima di darla».

Andrea si sedette.

«Non capisci che mi metti in una posizione impossibile?»

«No. Sei tu che ti sei messo in questa posizione quando hai permesso a tua madre di prendere decisioni che spettavano a noi».

«È mia madre!»

«Lo so. E nessuno ti ha chiesto di abbandonarla. Ti ho chiesto soltanto di rispettare anche me».

Lui rimase in silenzio.

Poi indicò i documenti sul tavolo.

«E questa storia dei soldi?»

«È molto semplice. Da oggi ognuno sarà responsabile delle proprie spese personali e contribuiremo alle spese comuni secondo un accordo chiaro».

«Quindi se mia madre ha bisogno di qualcosa?»

«Potrai aiutarla con i tuoi soldi».

«E se non mi bastano?»

Lo guardai negli occhi.

«Allora dovrai trovare una soluzione che non preveda automaticamente il mio portafoglio».

Andrea si alzò.

«Non ti riconosco più».

«Forse è perché per anni hai conosciuto soltanto la versione di me che diceva sempre di sì».

La situazione peggiorò quando, tre giorni dopo, scoprii il motivo per cui Lucia insisteva tanto per sistemare i parenti nel nostro appartamento.

Mi telefonò una donna che non conoscevo.

Si presentò come la signora Bianchi, un’agente immobiliare.

«Buongiorno, signora Elena. La chiamo per una questione relativa all’appartamento di sua suocera».

Rimasi sorpresa.

«Mi dica».

«La signora Lucia mi ha contattata perché vorrebbe vendere il suo immobile. Mi ha detto che, nel frattempo, avrebbe avuto una sistemazione stabile presso di voi».

Mi sedetti.

«Una sistemazione stabile?»

«Sì. Mi ha detto che suo figlio e sua nuora erano d’accordo».

Chiusi gli occhi per un istante.

Ecco perché aveva invitato Lorenzo e gli altri.

Non voleva soltanto risolvere un problema temporaneo.

Aveva intenzione di vendere la sua casa, trasferirsi da noi e utilizzare il denaro della vendita per aiutare Lorenzo ad acquistare un immobile.

Tutto senza chiedermi nulla.

«Signora Bianchi, la ringrazio per avermi contattata. Ma desidero chiarire che non ho mai dato il mio consenso a ospitare mia suocera in modo permanente».

Dall’altra parte ci fu un breve silenzio.

«Capisco. Allora probabilmente c’è stato un malinteso».

«Sì. Un malinteso piuttosto importante».

La ringraziai e riattaccai.

Poi chiamai Andrea.

«Dobbiamo parlare».

«Adesso non posso».

«È importante. Tua madre sta vendendo il suo appartamento?»

Silenzio.

«Chi te l’ha detto?»

«Un’agente immobiliare».

«Mamma sta soltanto valutando alcune possibilità».

«E dove pensava di andare dopo la vendita?»

Andrea non rispose.

«Da noi?» insistetti.

«Non lo so».

«Andrea, smettila di mentire. Aveva già deciso di trasferirsi qui?»

Dopo alcuni secondi ammise:

«Sì. Pensava che fosse una buona soluzione».

Mi appoggiai allo schienale.

«E Lorenzo?»

«Mamma voleva aiutarlo con una parte del ricavato».

«Quindi avevate deciso di vendere la sua casa, farla vivere nella mia e utilizzare il denaro per aiutare tuo cugino?»

«Non è proprio così».

«Allora spiegamelo».

Non disse nulla.

E quel silenzio fu sufficiente.

Il giorno successivo chiesi a Lucia di venire a casa nostra.

Questa volta volevo che tutto fosse chiaro.

Quando arrivò, Andrea era già seduto in salotto.

Posai sul tavolino una copia della comunicazione ricevuta dall’agenzia immobiliare.

«Vorrei sapere da quando avete organizzato tutto questo».

Lucia la guardò appena.

«Non vedo perché dovrei giustificarmi».

«Perché hai raccontato a un’agente immobiliare che avresti vissuto stabilmente nella mia casa».

«Sono la madre di Andrea».

«Non è una risposta».

«Mio figlio non mi lascerebbe mai senza un tetto».

Mi voltai verso Andrea.

«È vero?»

Lui abbassò lo sguardo.

«Volevo aiutare mia madre».

«A spese mie?»

«Non pensavo che sarebbe diventato un problema così grande».

«Per te forse non lo era. Per me significava rinunciare alla mia privacy, al mio ufficio e alla possibilità di decidere chi entra in casa mia».

Lucia si alzò.

«Basta! Non sono venuta qui per farmi interrogare».

«Allora ti farò una sola domanda».

Mi guardò con aria sprezzante.

«Quale?»

«Sei disposta a rinunciare alla vendita del tuo appartamento e a cercare una sistemazione indipendente?»

Lucia rise.

«Perché dovrei?»

«Perché non vivrai qui».

«E chi lo ha deciso?»

«Io».

«Andrea! Dille qualcosa!»

Mio marito si passò una mano sul viso.

«Mamma, forse dovresti aspettare prima di vendere la casa».

Lucia lo fissò incredula.

«Come sarebbe?»

«Non possiamo ospitare tutti».

«Ma tu mi avevi promesso!»

«Lo so».

«E adesso ti fai comandare da tua moglie?»

Andrea rimase in silenzio per alcuni secondi.

Poi disse:

«Mamma, questa è casa sua. Non avrei dovuto prometterti una cosa del genere senza parlarne con Elena».

Lucia diventò pallida.

Non si aspettava quella risposta.

Per la prima volta suo figlio aveva pronunciato una frase che non la metteva al centro di tutto.

«Non posso credere a quello che sento», sussurrò.

Prese la borsa e si diresse verso la porta.

Prima di uscire si voltò verso di me.

«Hai vinto, Elena. Sei riuscita a mettere mio figlio contro sua madre».

La guardai senza alzare la voce.

«Non ho messo nessuno contro nessuno. Ho soltanto smesso di lasciare che decideste tutti al posto mio».


Nei giorni successivi Lorenzo e Patrizia trovarono un piccolo appartamento in affitto.

Andrea decise di aiutarli con una somma limitata, utilizzando il proprio denaro.

Lucia, invece, non vendette immediatamente il suo appartamento. Dopo alcune settimane iniziò a cercare una sistemazione più piccola, senza coinvolgerci nelle sue decisioni.

Per quanto riguarda il mio matrimonio, le cose non tornarono più come prima.

Andrea cercò di ricostruire il rapporto, ma io avevo bisogno di tempo.

Avevo capito che il problema non era soltanto sua madre.

Era il fatto che lui avesse considerato normale promettere la mia casa, il mio tempo e i miei soldi ad altre persone senza chiedermi nulla.

Iniziammo un percorso di consulenza matrimoniale, ma dopo alcuni mesi decidemmo di separarci.

Non fu una decisione improvvisa. Fu il risultato di tanti anni in cui avevo continuato a cedere, sperando che prima o poi Andrea capisse da solo quanto fosse importante rispettarmi.

Una sera, mentre preparavo le ultime scatole con le sue cose, mi disse:

«Sai qual è la cosa che mi dispiace di più?»

«Quale?»

«Che avrei potuto evitare tutto questo. Dovevo semplicemente parlarti prima».

Lo guardai.

«Sì, Andrea. Dovevi parlarmi prima. Non soltanto quando avevi già preso tutte le decisioni».

Non rispose.

Quando chiusi la porta alle sue spalle, rimasi qualche minuto in silenzio.

Poi tornai in cucina, preparai una tazza di tè e mi sedetti vicino alla finestra.

Il mio appartamento era finalmente tranquillo.

Nessuno aveva invitato sei persone senza il mio consenso. Nessuno pretendeva che pagassi le spese dei parenti. Nessuno mi spiegava che cosa avrei dovuto fare nella mia stessa casa.

Ripensai alle parole di Lucia.

«Ho già invitato i miei parenti a vivere da voi per tre mesi!»

Mi venne da sorridere.

Lei aveva organizzato tre mesi della mia vita senza chiedermi nulla.

Io, invece, avevo impiegato soltanto una mattina per mettere fine a quel progetto.

E avevo imparato una lezione che non avrei più dimenticato:

Aiutare la famiglia è una scelta. Essere considerati responsabili dei problemi di tutti gli altri non è un obbligo.

Comments

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *